La bellezza delle cicatrici: Matteo Ragni per Take my lapis

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Ho conosciuto Matteo Ragni circa due anni fa.
Quando l’ho incontrato mi è piaciuta subito la sua attitudine verso il design e quel suo modo di fare elegante e alla mano. Per questo gli ho chiesto di parlarci – tra le altre cose – del suo lavoro, di quello che lo ispira e di quello che è il suo concetto di bellezza, che potremmo riassumere nella bellezza delle cicatrici e delle imperfezioni che abbiamo e che ci caratterizzano.

Cos’è take my lapis?
Take my lapis è un appuntamento che ho pensato voi e che trovate sul blog, su Instagram e sul mio canale IGTV.
Nasce da una convinzione: se è vero che la bellezza salverà il mondo, allora la bellezza ha il dovere di essere forte e condivisa. In questi appuntamenti, quindi, vedrete designer che condivideranno con noi ciò che per loro è il bello.
In questo episodio ho chiesto al designer Matteo Ragni – vincitore del Compasso d’oro nel 2003 – di dare forma su carta al suo concetto di bellezza. Dal suo disegno sono nate questa intervista e il video che trovate su IGTV e qua sotto.

Sono stata a trovare Matteo Ragni nel suo studio a Milano. Si tratta di uno spazio creativo che, come atmosfera, mi ha ricordato molto anche la Fondazione Achille Castiglioni in versione contemporanea. Lo studio di Matteo – infatti – è vissuto, pieno di libri, di oggetti di design, di ispirazioni e contaminazioni.

Lo potete vedere qui:

 

Ecco l’intervista completa a Matteo Ragni

Matteo, raccontaci cos’è per te il design.
Il design è la mia vita: non potrei vivere senza design. Il design – invece – potrebbe vivere senza di me.

 

Cosa – invece – non è design, in un’epoca e in una società in cui tutto sta diventando o è già diventato design?
Diciamo che tutto è design, ma bisogna trovare il modo di capire quale sia buon design e quale sia cattivo design, perché siamo circondati da oggetti che qualcuno – nel bene o nel male – si è messo a pensare e a realizzare. Il tema è più che altro di tipo culturale: bisogna capire quale è la discriminante che ci fa percepire un oggetto come buon design o quale come cattivo design.

 

Secondo te qual è?
In una parola, buonsenso: ogni prodotto dovrebbe essere progettato per risolvere una funzione. Spesso e volentieri, invece, le persone pensano che un oggetto di design debba per forza costare di più ed essere un po’ bizzarro. Secondo l’immaginario, poi, i designer si devono vestire in maniera un po’ eccentrica o total-black perché fa professionista, o magari avere nel taschino qualche decina di penne. Per me il buon senso è sinonimo di design, ossia ogni persona deve ragionare sulla giustezza dell’oggetto che progetta.

E se tu non avessi fatto design, cosa saresti oggi?
Il mio progetto di vita B, fin da piccolo, è sempre stato quello di fare il gelataio. Sì, perchè mi piacciono molto i gelati quindi la mia idea era quella di progettare anche una gelateria…

 

Invece, hai avuto successo come designer. La mia curiosità, che va un po’ più sul personale, è questa: se il te bambino ti vedesse oggi, cosa penserebbe?
Credo che sarebbe molto felice di vedermi ancora così appassionato verso quello che faccio dopo tutti questi anni di lavoro. Ancora oggi mi sento un bambino e mi diverto molto a lavorare.

E un progetto invece che non è tuo, ma che avresti voluto fosse tuo?
Direi la ruota, nel senso che mi sarebbe piaciuto inventare la ruota. Si tratta di un oggetto che ha cambiato le sorti dell’umanità, è un archetipo. Non so chi l’abbia inventata, sicuramente un designer anonimo che non percepisce le royalties (né lui né i suoi discendenti), però devo dire che chi l’ha inventata è veramente un buon designer: ha avuto una grande idea.

Qual è, invece, il tuo progetto che ti rappresenta maggiormente?
Beh, è difficile, perchè è un po’ come scegliere chi è il preferito tra i tuoi figli: non ne hai uno. Devo dire, però, che sono molto affezionato al mio primo progetto che è andato in produzione, perchè è un oggetto completamente inutile. 

Ci ricordi qual è?
Si tratta di un leggio che si chiamava Oplà, anche il nome era improponibile. Era un leggio che è nato per una mia esigenza personale: ai tempi ero studente, anche un po’ svogliato, di architettura. Quando studiavo estimo e mia madre mi vedeva stare chino sui libri, entrando in camera di soppiatto mi diceva sempre di comprarmi un leggio, perchè mi sarei ingobbito, non avrei mai trovato la fidanzata, sarei rimasto lì a casa sua per l’eternità, e questo non le piaceva. Allora, un po’ esasperato dalla sua insistenza, mi sono progettato un leggio con il seghetto alternativo. Mi piaceva e funzionava bene. L’ho proposto ad un’azienda e dopo 6 mesi lo hanno presentato al Salone. Mi sembrava tutto così fantastico, pensavo che il mondo del design fosse più o meno così: hai un’idea, fai un prototipo, lo dai a un’azienda, lo presentano, ti danno le royalties e puoi smettere di lavorare.
Evidentemente la vita non è sempre così, però è stato un buon inizio e mi ha stimolato a progettare oggetti anche inutili o comunque meno utili di una sedia o una lampada…

Qual è la tua fonte di ispirazione maggiore?
Castiglioni diceva: “se non siete curiosi, lasciate perdere”. Io, per fortuna, mi ritengo abbastanza curioso. Mi interessa molto vedere come si comportano le persone. Sembra che io spii la gente, però mi piace capire, ad esempio, cosa compra: sono uno di quelli che guarda nel carrello della signora in fila vicino a me al supermercato. Questo per me è un’ispirazione continua, che sicuramente non viene soltanto da Instagram o da Pinterest. La vita reale ti aiuta a selezionare dei dati e delle informazioni che sono utili in un altro campo, che è quello del progetto. 

Un designer secondo te progetta per se stesso o per gli altri? C’è una via di mezzo? Qual è il tuo approccio?
Solitamente il designer dovrebbe progettare per la comunità, però è anche vero che se tu appartieni a una comunità progetti anche per te stesso. A volte i designer progettano per il proprio ego, e questo è un po’ un male, nel senso che noi dovremmo pensare a ragionare in termini un po’ più globali come comunità. Ci sono anche delle stagioni della vita per cui chiaramente all’inizio sei molto egoriferito, pensi sempre che devi progettare anche te stesso per collocarti in una società che è sempre molto competitiva. Poi, magari con l’età, uno capisce che l’io diventa il noi, e questo noi per me è bellissimo.

 

Un’evoluzione, quindi.
Un’evoluzione della specie, sì. Non ho mai pensato di fare l’archistar, però all’inizio pensavo di fare degli oggetti che mi piacessero e che in qualche modo dovessero piacere anche agli altri. Adesso è un percorso inverso: a volte penso a cosa possa piacere alle persone. E a volte faccio dei prodotti che non mi metterei in casa.

 

Che ti piacciono lo stesso, però.
Che mi piacciono, certo, però c’è un mercato così vasto e ricco di culture incredibili… Mi capita spesso, magari insegnando all’università, di aver modo di fare dei viaggi culturali a dieci minuti da casa, di vedere persone che vengono da posti lontani e di capire che ovviamente il tuo codice di bellezza può essere completamente diverso dal loro, e non per questo il nostro è meglio di quello degli altri.
Per me questo è affascinate, cioè capire anche che pensa un indiano di un progetto fatto da un italiano.

Tu hai nominato la bellezza, e io ti faccio l’ultima domanda sul tema, ovvero: la bellezza è necessaria o effimera, e perchè?
La bellezza è necessaria. Sicuramente necessaria e sicuramente effimera, nel senso che quello che è bello oggi può essere non bello domani. È un po’ come una pianta: si evolve. Mi piace pensare che tra dieci anni io possa avere gusti differenti, e che i canoni di interpretazione del mondo reale siano diversi. Mi piace pensare a questa evoluzione. E la bellezza, secondo me, non è sicuramente simmetrica. C’era un concetto di simmetria nel passato, ma adesso mi piace molto il concetto che i giapponesi chiamano wabi-sabi, che è proprio quello della perfetta imperfezione. Questa idea dell’imperfezione mi affascina molto perchè è un tema particolarmente vivo e reale, che si contrappone a quello che spesso vogliamo esprimere di noi stessi, anche attraverso i social. Quindi si tratta di essere un po’ wabi-sabi: mostrarsi per come si è, nella propria imperfezione, che è molto umana.

Che ve ne pare di questa intervista a Matteo Ragni? Tutti spunti interessanti i suoi… soprattutto questa idea del wabi-sabi! Vi piacciono le interviste? Qui potete trovare alcune domande divertenti a cui rispondere!

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